Siamo qui stasera a celebrare l’Eucaristia che si pone nell’ultima sera dell’anno civile, ma il tempo liturgico con i primi vespri della domenica ci proietta già nella celebrazione della solennità di Maria madre di Dio, ottavo giorno dal Natale del Signore, il primo giorno dell’anno civile.
I tempi della vita sono così: mentre si chiude un’esperienza questa è già terreno di coltivazione della successiva.
Possiamo riconoscere questa sovrapposizione continua nella nostra vita. Le nostre reali appartenenze sono dei passaggi. A che tempo appartiene ciascuno di noi? Siamo sempre ciò che finisce e ciò che comincia, simultaneamente.
È la prima riflessione con la quale ci accingiamo questa sera al duplice sguardo di bilancio e di preventivo della nostra vita.
La nostra vita è un passaggio, è una consegna, è una relazione. Concludere e cominciare, chiudere e aprire segna la nostra identità.
Questa doppia appartenenza ci dà un senso di non definitività. Nessuno di noi è già compiuto, nessuno di noi è un assoluto. Il senso di mobilità, di fluidità, dunque anche di fragilità che ne deriva, ci permette di voltare pagina con una certa serenità, accettando il limite che ci connota in profondità.
Auguro a ciascuno di voi di accogliere, in questa sera, di essere antichi e nuovi contemporaneamente, di poter lasciare qualcosa e di volgersi verso una possibilità ulteriore di vita, di provare il peso per le cose vecchie di cui disfarci e di liberare l’attesa per qualcosa di nuovo che ci alleggerisca.
Lo dico non per fare piacere a qualcuno, ma perché così è la storia salvifica dentro la quale siamo custoditi e amati.
Fra poco canteremo:
«Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno».
Dio, il Padre di Gesù che ancora si offre a noi nella fragilità di un neonato, è “speranza”. La salvezza che chiediamo a lui è una “custodia d’amore”.
Chiederemo anche perdono, riscoprendo però che lui “si getta dietro le spalle tutti i nostri peccati”, come confessa il salmo.
«Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno».
Avremo anche la gioia di pronunciare un “grazie” a lui.
Maria, alla quale guardiamo in questa celebrazione, nell’ottavo giorno dal suo parto, sembra rappresentarci il grande parto della storia e della creazione così come è avvenuto per il Figlio di Dio.
Sì, vorrei suggerire di esprimere il nostro grazie questa sera come lo ha fatto Maria all’aprirsi del suo grembo e nell’accogliere il Figlio della Vita.
Qualcuno di noi fatica questa sera a pronunciare il suo grazie? È possibile.
Suggerisco a chi vive questa fatica di mettersi accanto a Maria. Dice di lei l’evangelista Luca: «da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore».
Invito ciascuno a “custodire” e a “meditare nel cuore”.
Che cosa?
Che «non sei più schiavo/schiava, ma figlio/figlia e, se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio». Sei figlio amato, figlia amata!
Anch’io sento il parto che mi ha fatto diventare vescovo in questa Chiesa di Belluno-Feltre nell’anno civile che si conclude stasera. Sento il passaggio, la consegna, la relazione che esso comporta. Con voi, in questa fluidità che viviamo e in questa fragilità che siamo, pronuncio un grazie che sia la confessione di fede che canteremo nel Te Deum:
«Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno».
Ed è con lo stesso canto di speranza che le nostre comunità cristiane cercheranno di abitare questo nostro territorio nell’anno che ci attende. Sarà un “tempo nuovo”, perché Dio che ne è l’autore principale fa nuove tutte le cose!