La celebrazione liturgica che ricorre il giorno due febbraio di ogni anno ma la sua vicenda affonda le sue radici molto lontano nel tempo e molto distante da noi sul piano geografico. Ne accenno in questo contributo per una opportuna conoscenza delle persone che la celebrano o che vogliono conoscere la storia delle nostre tradizioni religiose.


La candela nella casa


Uno dei segni religiosi, che negli anni passati accompagnavano la religiosità delle famiglie cristiane, era la collocazione della candela benedetta in un posto di rilievo. Le persone avanti negli anni ricordano che era appesa, ben in vita, su una parete della cucina. Talora sopra il calendario mensile o insieme al rametto di ulivo. La candela era stata benedetta prima della Santa Messa e consegnata ai presenti. La partecipazione a questo rito era molto numerosa. Nelle Parrocchie poi si curava la sua distribuzione in tutte le famiglie, frazione per frazione. Oggi si può constatare come sia la partecipazione al rito, sia la esposizione di questo segno è molto ridimensionata.


Un Rito che parte da lontano


Oggi, nel calendario della chiesa questa celebrazione, popolarmente chiamata «candelora» è indicata come Festa della «Presentazione del Signore», in riferimento al brano del Vangelo che ricorda l’episodio di Gesù presentato al Tempio di Gerusalemme da Giuseppe e Maria e accolto dal vecchio sacerdote del Tempio Simeone. Si tratta quindi di una festa in onore del Signore. Fino all’ultima riforma del calendario liturgico (1969) la festa era denominata «Purificazione della beata Vergine Maria». Ne veniva sottolineato il carattere Mariano e con il tempo di quaranta giorni dalla celebrazione della Natività ci consideravano concluse del tutto le celebrazioni natalizie.
La origine di questo rito, Festa delle luci, in Oriente, risale ai primi secoli del cristianesimo. Il nome dato alla festa era molto significativo «Incontro» (in greco «Ipapante»). L’incontro tra il Messia (luce del modo) e il suo Popolo. La pellegrina Egeria, testimone preziosa di riti cristiani orientali del sec. IV-V, descrive questo rito. Successivamente, nei secoli V-VI la celebrazione si spostò in Occidente. A Roma ebbe carattere più penitenziale (in sostituzione di un rito purificatorio pagano), in Gallia venne inserito il rito della benedizione delle candele e della processione.
Possiamo anche ricordare come riti pre-cristiani legati alla celebrazione della luce, siano stati sostituiti con questo rito di forte richiamo a Cristo, vera luce del mondo.


La «Candelora» oggi


La celebrazione di questa festa, celebrata generalmente in giorno feriale, viene mantenuta nelle comunità cristiane. Il rito prevede tre momenti: la benedizione delle candele, la processione, la celebrazione della Santa Messa. La benedizione delle candele avviene in un luogo diverso dal presbiterio (meglio se fuori della Chiesa) per dare la possibilità di effettuare anche solo una breve processione. Il senso del rito è richiamato dalle parole del sacerdote. Dopo aver richiamato l’episodio evangelico dice: «… Anche noi qui riuniti dallo Spirito Santo andiamo incontro al Cristo nella casa di Dio, dove lo troveremo e lo riconosceremo nello spezzare il pane, nell'attesa che egli venga e si manifesti nella sua gloria». L’avvio della processione è dato, dopo la benedizione delle candele (che tutti i fedeli tengono in mano, accese) con le parole: «Andiamo in pace incontro al Signore». La processione che si avvia, accompagnata da opportuno canto, ha come meta l’altare. Questo sia per il sacerdote che poi si sposta alla sua sede, sia per i fedeli che poi si collocano nei banchi.


Un segno di fede


La candela benedetta è conservata dai fedeli. Si tratta di un segno, di un richiamo. Il segno vale se è espressione di una realtà. La realtà che la candela accesa richiama è la fede in Cristo luce del mondo. Conservare in casa la candela benedetta assume il suo significato più vero, sia nella fede dei membri della Famiglia, sia nella sua accensione in particolari momenti della vita familiare. Accenderla in un giorno di festa, per una preghiera comune, magari prima del pranzo, può essere una valorizzazione. La fede dei componenti si può esprimere attorno alla candela accesa anche in altri momenti di gioia o di dolore, con la preghiera comunitaria. È la luce di Cristo che illumina la vita di chi crede in Lui, «luce dei popoli».


Giuliano Follin

Di seguito il testo dell'omelia pronunciata dal Vescovo Renato Marangoni il 31 dicembre 2016 alla Santa Messa, con il canto del Te Deum, nella vigilia della solennità di Maria, Madre di Dio:

 

Siamo qui stasera a celebrare l’Eucaristia che si pone nell’ultima sera dell’anno civile, ma il tempo liturgico con i primi vespri della domenica ci proietta già nella celebrazione della solennità di Maria madre di Dio, ottavo giorno dal Natale del Signore, il primo giorno dell’anno civile.
I tempi della vita sono così: mentre si chiude un’esperienza questa è già terreno di coltivazione della successiva.
Possiamo riconoscere questa sovrapposizione continua nella nostra vita. Le nostre reali appartenenze sono dei passaggi. A che tempo appartiene ciascuno di noi? Siamo sempre ciò che finisce e ciò che comincia, simultaneamente.
È la prima riflessione con la quale ci accingiamo questa sera al duplice sguardo di bilancio e di preventivo della nostra vita.
La nostra vita è un passaggio, è una consegna, è una relazione. Concludere e cominciare, chiudere e aprire segna la nostra identità.
Questa doppia appartenenza ci dà un senso di non definitività. Nessuno di noi è già compiuto, nessuno di noi è un assoluto. Il senso di mobilità, di fluidità, dunque anche di fragilità che ne deriva, ci permette di voltare pagina con una certa serenità, accettando il limite che ci connota in profondità.
Auguro a ciascuno di voi di accogliere, in questa sera, di essere antichi e nuovi contemporaneamente, di poter lasciare qualcosa e di volgersi verso una possibilità ulteriore di vita, di provare il peso per le cose vecchie di cui disfarci e di liberare l’attesa per qualcosa di nuovo che ci alleggerisca.
Lo dico non per fare piacere a qualcuno, ma perché così è la storia salvifica dentro la quale siamo custoditi e amati.
Fra poco canteremo:
«Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno».
Dio, il Padre di Gesù che ancora si offre a noi nella fragilità di un neonato, è “speranza”. La salvezza che chiediamo a lui è una “custodia d’amore”.
Chiederemo anche perdono, riscoprendo però che lui “si getta dietro le spalle tutti i nostri peccati”, come confessa il salmo.
«Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno».
Avremo anche la gioia di pronunciare un “grazie” a lui.
Maria, alla quale guardiamo in questa celebrazione, nell’ottavo giorno dal suo parto, sembra rappresentarci il grande parto della storia e della creazione così come è avvenuto per il Figlio di Dio.
Sì, vorrei suggerire di esprimere il nostro grazie questa sera come lo ha fatto Maria all’aprirsi del suo grembo e nell’accogliere il Figlio della Vita.
Qualcuno di noi fatica questa sera a pronunciare il suo grazie? È possibile.
Suggerisco a chi vive questa fatica di mettersi accanto a Maria. Dice di lei l’evangelista Luca: «da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore».
Invito ciascuno a “custodire” e a “meditare nel cuore”.
Che cosa?
Che «non sei più schiavo/schiava, ma figlio/figlia e, se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio». Sei figlio amato, figlia amata!
Anch’io sento il parto che mi ha fatto diventare vescovo in questa Chiesa di Belluno-Feltre nell’anno civile che si conclude stasera. Sento il passaggio, la consegna, la relazione che esso comporta. Con voi, in questa fluidità che viviamo e in questa fragilità che siamo, pronuncio un grazie che sia la confessione di fede che canteremo nel Te Deum:
«Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno».
Ed è con lo stesso canto di speranza che le nostre comunità cristiane cercheranno di abitare questo nostro territorio nell’anno che ci attende. Sarà un “tempo nuovo”, perché Dio che ne è l’autore principale fa nuove tutte le cose!

Siamo qui stasera a celebrare l’Eucaristia che si pone nell’ultima sera dell’anno civile, ma il tempo liturgico con i primi vespri della domenica ci proietta già nella celebrazione della solennità di Maria madre di Dio, ottavo giorno dal Natale del Signore, il primo giorno dell’anno civile.
I tempi della vita sono così: mentre si chiude un’esperienza questa è già terreno di coltivazione della successiva.
Possiamo riconoscere questa sovrapposizione continua nella nostra vita. Le nostre reali appartenenze sono dei passaggi. A che tempo appartiene ciascuno di noi? Siamo sempre ciò che finisce e ciò che comincia, simultaneamente.
È la prima riflessione con la quale ci accingiamo questa sera al duplice sguardo di bilancio e di preventivo della nostra vita.
La nostra vita è un passaggio, è una consegna, è una relazione. Concludere e cominciare, chiudere e aprire segna la nostra identità.
Questa doppia appartenenza ci dà un senso di non definitività. Nessuno di noi è già compiuto, nessuno di noi è un assoluto. Il senso di mobilità, di fluidità, dunque anche di fragilità che ne deriva, ci permette di voltare pagina con una certa serenità, accettando il limite che ci connota in profondità.
Auguro a ciascuno di voi di accogliere, in questa sera, di essere antichi e nuovi contemporaneamente, di poter lasciare qualcosa e di volgersi verso una possibilità ulteriore di vita, di provare il peso per le cose vecchie di cui disfarci e di liberare l’attesa per qualcosa di nuovo che ci alleggerisca.
Lo dico non per fare piacere a qualcuno, ma perché così è la storia salvifica dentro la quale siamo custoditi e amati.
Fra poco canteremo:
«Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno».
Dio, il Padre di Gesù che ancora si offre a noi nella fragilità di un neonato, è “speranza”. La salvezza che chiediamo a lui è una “custodia d’amore”.
Chiederemo anche perdono, riscoprendo però che lui “si getta dietro le spalle tutti i nostri peccati”, come confessa il salmo.
«Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno».
Avremo anche la gioia di pronunciare un “grazie” a lui.
Maria, alla quale guardiamo in questa celebrazione, nell’ottavo giorno dal suo parto, sembra rappresentarci il grande parto della storia e della creazione così come è avvenuto per il Figlio di Dio.
Sì, vorrei suggerire di esprimere il nostro grazie questa sera come lo ha fatto Maria all’aprirsi del suo grembo e nell’accogliere il Figlio della Vita.
Qualcuno di noi fatica questa sera a pronunciare il suo grazie? È possibile.
Suggerisco a chi vive questa fatica di mettersi accanto a Maria. Dice di lei l’evangelista Luca: «da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore».
Invito ciascuno a “custodire” e a “meditare nel cuore”.
Che cosa?
Che «non sei più schiavo/schiava, ma figlio/figlia e, se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio». Sei figlio amato, figlia amata!
Anch’io sento il parto che mi ha fatto diventare vescovo in questa Chiesa di Belluno-Feltre nell’anno civile che si conclude stasera. Sento il passaggio, la consegna, la relazione che esso comporta. Con voi, in questa fluidità che viviamo e in questa fragilità che siamo, pronuncio un grazie che sia la confessione di fede che canteremo nel Te Deum:
«Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno».
Ed è con lo stesso canto di speranza che le nostre comunità cristiane cercheranno di abitare questo nostro territorio nell’anno che ci attende. Sarà un “tempo nuovo”, perché Dio che ne è l’autore principale fa nuove tutte le cose!

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