Dal 25 al 28 agosto si terranno, sulla tappa 16 del Cammino delle Dolomiti, gli Esercizi spirituali comunitari itineranti (Esci), sul tema «In cordata sui sentieri della misericordia. Per dissetare, accogliere, visitare». Pubblichiamo la riflessione introduttiva di don Luis Canal, che guiderà gli Esercizi:

Il percorso di questi giorni sarà un allenamento per vivere con più passione la pratica della misericordia sui sentieri quotidiani della vita. Sentieri... che sono spesso molto faticosi per chi dona e per chi accoglie misericordia. Per questo dobbiamo fare cordata, collegandoci fra di noi. Cordata fa riferimento al cuore:  riportare al cuore tali richieste, tali situazioni, tali persone, cioè scendere dalle considerazioni teoriche, dalle nostre chiacchiere, dai nostri alibi… scendere alla “com-passione” del cuore, che fa da motore alla nostra pratica, attraverso la solidarietà e la tenerezza, insegnandoci il gesto giusto, la parola giusta, il silenzio sapiente! Faremo l’esperienza di sentirci custoditi da Dio per custodire i fratelli…per non sottrarci a quell’ universale appello: “Dov’è Abele, tuo fratello?” E per non nasconderci dietro “piccole” risposte:: “Non lo so. Sono forse io custode di mio fratello?” (Gen. 4,9). Ci alleneremo anche attraverso l’esperienza di un po’ di  digiuno per metterci nella lunghezza d’onda auspicata da Isaia nel cap. 58:  “Non consiste forse il mio digiuno,  nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto,  nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne? Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, la tua ferita si rimarginerà presto… e sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono”. Per ognuna delle nostre giornate cercheremo di coniugare una di queste opere di misericordia: dissetare – accogliere - visitare».

Il saluto è stato pronunciato da monsignor Luigi Del Favero a conclusione della Santa Messa crismale, presieduta da monsignor Giuseppe Andrich nella Basilica Cattedrale di Belluno giovedì 24 marzo.

Reverendissimo Padre e Vescovo,

il 27 giugno 20004 lei ha concluso la liturgia della sua Ordinazione episcopale invocando su di noi lo Spirito di sapienza, affinché il progresso spirituale del gregge si trasformi in gioia eterna per i pastori. Con queste stesse parole oggi vogliamo formularle il nostro saluto, il ringraziamento, l’augurio.

“De profectu sanctarum ovium fiant gaudia aeterna pastorum”. Sono parole che appartengono al rito dell’ordinazione, tratte dal Sacramentario gregoriano e recentemente entrate nella celebrazione del nostro san Gregorio Magno. Oggi chiediamo e auguriamo a lei “gaudia”. È quella gioia che apre l’elenco dei frutti dello Spirito Santo (Gal 5,22) e che contiene sì gioia intima, quella pace che “il mondo irride, ma che rapir non può”, e che assume il volto della serenità, ha la voce della pace, il passo della soddisfazione per il lavoro ben compiuto. Le auguriamo che questa gioia la accompagni per lunghi anni nei quali lei resterà ancora con noi, nella sua Chiesa e, come si è ripetutamente espresso, nel suo presbiterio. Sia resa salda dalla salute, dalla voglia di lavorare, dalla presenza eccezionale della sua cara mamma.

Il testo liturgico che ci fa da guida mostra anche la fonte della gioia che è specifica del pastore. Sta nel progresso del gregge. “De profectu ovium”. È parola che nel suono latino nasce dall’esperienza del cammino ed evoca immediatamente la strada. In questi 12 anni abbiamo fatto insieme tanta strada, abbiamo percorso un cammino. Riassumerlo anche brevemente è ora impossibile; misurarlo nei traguardi raggiunti è operazione a noi interdetta: per una parte minima, quella visibile, ci sarà il lavoro degli storici; per la parte più importante, che rimane sommersa, c’è il cuore di Dio che misura e conta i passi e raccoglie in un suo otre speciale le lacrime e il sudore. Non sono mancati il sudore per alcune salite faticose, in un tempo che è stato in larga parte segnato da molteplici crisi della nostra terra, alla quale lei è sempre stato attento, crisi della nostra gente e anche della nostra Chiesa. Neppure sono state risparmiate le lacrime di momenti dolori per lutti e distacchi che a fatica si cicatrizzano. Oggi ci voltiamo indietro e constatiamo di aver camminato, senza disperderci, superando passaggi difficili, aprendoci a panorami nuovi. Nel cammino del gregge lei ha scelto di preferenza la posizione del pastore che sta in mezzo. Se papa Francesco fotografa il pastore davanti al gregge, in mezzo alle pecore, dietro il gregge, le fotografie che la interessano la riprendono abitualmente dentro, insieme, quasi confuso in quella quotidianità normale che è stata una sua scelta tenace, che tanti fedeli hanno apprezzato e amato e per la quale ora le sono riconoscenti, manifestando apertamente anche il rimpianto. Ci aiuta a formulare il nostro pensiero e a permettere al cuore di parlare anche quell’aggettivo che, se non fosse suggerito dalla liturgia, mai noi avremmo usato: “sanctarum ovium: santo gregge”. L’italiano ha già attenuato la forza della parola e l’ha diluita nel termine “spirituale”.

Ma qui vogliamo ribadire che il motivo della gioia del Pastore è la santità del gregge. Siamo consapevoli di non poterci attribuire l’appellativo di santi; tanto meno lo facciamo davanti al Vescovo, che meglio di tutti conosce difetti, errori, mancanze, peccati dei suoi fedeli e in particolare dei suoi preti e può ben darsi che tale aspetto della sua sorveglianza del gregge sia la parte più pesante del suo ministero e motivo di lacrime versate segretamente. Tale consapevolezza genera in noi il bisogno di chiedere perdono e di manifestare sincero rammarico per essere stati motivo di sofferenza. Non cerchiamo gloria dalle nostre opere e dalle realizzazioni che portano il nostro nome, neppure in questo momento, memori del severo ammonimento del Maestro: “come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri?”. E tuttavia accettiamo l’appellativo di “santi” e lo proponiamo, perché santa è la Parola che il Vescovo ci ha affidato, sante sono le mani che egli ha consacrato, santi i sacramenti che in unione con lui abbiamo celebrato, santa la carità, forse nascosta, che lei ha sempre incoraggiato, santa e sacra la sofferenza alla quale lei è stato fraternamente vicino e ancora santa la povertà che lei ha discretamente soccorso.

Davvero “de profectu sanctarum ovium fiant gaudia aeterna pastorum”: e permanga la gioia nei lunghi anni che le auguriamo nella nostra Chiesa e nell’eternità dove speriamo di ricongiungerci tutti. Lì, come osa prometterci papa Francesco, perderemo la memoria del male, dei torti, dei peccati perfino, per avere mente e occhi solo per il bene che ci rende capaci di gratitudine tra noi e di lode a Dio che sempre compie meraviglie.

Monsignor Luigi Del Favero

Eccomi!

Mi presento con la trepidazione che mi accerchia per dare a tutti voi – Chiesa del Signore in Belluno-Feltre – il mio abbraccio di comunione.

In questo momento inedito e inaspettato non nascondo di cercare accoglienza e comprensione.

Posso confidarvi che mi sono sentito precedere da quel “sì” che, poi, ho cercato di dire con il cuore quando mi è stato comunicato che Papa Francesco mi chiamava ad essere Vescovo nella vostra Chiesa.

C’è un’appartenenza di Grazia che precede, chiama e dà anche la fiducia di rispondere. Sono convinto che è un “sì” vicendevole – mio e di tutti voi – da vivere ogni giorno, un sì al Vangelo di Gesù, perché oggi si compia ancora, anche tramite noi.

Condivido con voi questo mio sentire. Sono certo che è già arricchito dalla storia di fede della vostra e, ora, nostra Chiesa.

A tutte le comunità ecclesiali esprimo la mia attesa di poterle incontrare nel nome del Signore Gesù, con il desiderio di conoscerle, di ascoltarle per poi aiutarci insieme. Siamo tutti “poca cosa” ma gli uni con gli altri, guidati dallo Spirito, possiamo essere «segno e strumento dell’intima comunione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1).

Un pensiero di affetto e riconoscenza va al Vescovo Giuseppe. La gioia di succedergli sgorga dalla scia di fedeltà di cui la vita delle Chiese è intessuta. Il mio affettuoso saluto va a tutto il presbiterio, dal prete più giovane al prete più anziano, in particolare a chi si sente più solo o affaticato.

Permettetemi un ulteriore sentimento, riguarda lo scenario stupendo delle vostre montagne che tanto ho ammirato e frequentato. Ora scopro che quel fascino anticipava la gioia e la fatica di camminare insieme, di esserci gli uni per gli altri, di salire insieme verso una speranza che non abbia fine e che sia per tutti, donne e uomini di qualsiasi appartenenza.

Ci raccogliamo nella preghiera. La immagino simile al cammino del Buon Samaritano: insieme ci facciamo carico delle fatiche delle nostre famiglie e delle nostre comunità, di ogni persona anziana o in situazione di malattia, di disabilità, di ferita interiore o negli affetti, di disoccupazione, di abbandono, di fragilità, di povertà. Ancor più motivati e sostenuti dal Giubileo della misericordia!

Accanto a questa preghiera mi viene spontaneo osare un invito: affidiamoci alle “nuove generazioni”, al loro intuito, alle loro abilità, alle loro inquietudini, al loro sguardo, all’aspirazione più profonda che le abita. Possiamo sperare solo con loro!

Il mio pensiero si rivolge, inoltre, a tutte le Istituzioni presenti e operanti nel territorio della Diocesi. Insieme potremo collaborare, con sincerità e rispetto, per un di più di bene, di giustizia e di misericordia.

Con l’animo riconoscente alla Chiesa di Padova di cui sono figlio ammirato, eccomi a te, Chiesa di Belluno-Feltre!

Il nostro arrivederci lo poniamo accanto alle parole rassicuranti di Gesù: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16).

Padova, 10 febbraio 2016

Pagina 8 di 20